In giro ormai da più di un anno, la tesi che internet ci renda stupidi riaffiora sempre con molto clamore. Il potere ha paura di perdere il controllo l’informazione, Ma chi difende la libertà su internet? E chi la teme?
La tesi stupida che i sistemi internet ci rendano meno intelligenti è in giro ormai da tempo, e riaffiora periodicamente sempre con molto clamore. Per dare consistenza a questa tesi, è stata commissionata una ricerca pseudoscientifica (The Big Switch: Rewiring the World form Edison to Google, firmata da Nicholas Carr), che il periodico americano Atlantic Monthly ha sbattuto in copertina con un titolo inequivocabile: “Google ci sta rendendo stupidi?”.
La tesi sarebbe fondata sull’assurdità per cui internet sarebbe nemico del libro (fatto clamorosamente falso, al punto che chi ha una libreria sa bene quale temibile concorrente sia il commercio elettronico di libri: tanto che il libro è il bene più venduto su internet).
Si tratta evidentemente di una tesi che qualcuno ha pagato; quindi, se c’è qualcuno che è disposto a pagare per fare circolare queste idiozie, è un segno di paura da parte di chi controlla l’informazione: in particolare i giornali tradizionali (non a caso la notizia è stata molto diffusa dai quotidiani) e le televisioni (che hanno dato all’argomento ampio spazio). Evidentemente , hanno paura non solo di perdere il mercato, ma di perdere il mercato più importante, quello mediante il quale avviene la manipolazione dell’opinione pubblica e dunque attraverso il quale si controlla il consenso democratico, in una parola: il voto.
Perché i sistemi internet ci stanno affrancando dal lavaggio della mente attraverso la televisione, edoggi abbiamo una libertà inimmaginabile, assolutamente superiore a quella mitica del ’68, del tempo della contestazione. Tuttavia, la generalità delle persone non dimostra di avere percezione di questo.
Facebook, ad esempio, viene contestato e snobbato come
fosse soltanto “una completa perdita di tempo”. In effetti, è vero che la maggior parte delle persone usa questo network per guardare le foto che i loro colleghi hanno scattato mentre erano da qualche parte in vacanza, o per fare commenti futili su argomenti futili, ma se il significato di questo network fosse solo questo, perché in Cina e negli altri Paesi retti da governi autoritari dovrebbe essere vietato?
La verità è che internet ci sta emancipando. Oggi possiamo trovare qualsiasi risposta in pochi minuti, senza dipendere da chi manipola la verità. Questo è internet. Risposta immediata a qualsiasi domanda. Non dogma, ma lettura comparativa. Lettura che rende necessaria altra lettura. Passaggio dal dominio dell’informazione in cui un soggetto decide cosa i molti debbano sapere (e cosa no) ad un nuovo modello di società in cui la comunicazione è condivisa ed ognuno può fare verifiche, controverifiche e comunicare con tutti.
Come scrive TIME nel numero dedicato a Zuckerberg come persona dell’anno (dove ci sono ben 22 pagine tra testi e foto dedicati a Fb), si afferma che Facebook cambia il modello del consenso:“Non importa se a 100.000 persone piace x. Se a tre persone vicine a te piace y, tu vorrai vedere y”.
O come dice Julian Assange (Wikileaks), ancora dalle pagine di TIME (13.12.2010): “La nostra è un’organizzazione che prova a fare il mondo più civile, agendo contro le organizzazioni che spingono nella direzione opposta. Se vuoi parlare della legge, è molto importante ricordare che la legge non è semplicemente quello che persone potenti vogliono che noi crediamo che sia. La legge non è quel che dice un generale.”
A questo punto, la domanda è: “chi difende la libertà su internet?“
Di certo, non il potere costituito. Né a destra né a sinistra si sentono affermazioni chiare su questo tema. Se mai, si finge di difendere i lavoratori, cercando di sostenere imprese ormai inadeguate al sistema di produzione contemporaneo, come nel caso dell’industria dell’automobile. Ma l’Occidente dovrebbe lasciare queste produzioni ai Paesi emergenti, ai cosiddetti “newcomers” e cercare la sua via di progresso e di nuova occupazione proprio attraverso internet e le tecnologie ICT. Abbiamo letto il libro di Sachs “The end of poverty” dove, dati alla mano, si afferma che la tecnologia è in grado di nutrire tutti gli abitanti del mondo (per cui la fame è un problema di distribuzione della ricchezza o, più esattamente, di sfruttamento); abbiamo letto il libro di Rifkin “Economia all’idrogeno“, dove si afferma che l’energia solare, eolica e geotermica possono confluire in un sistema internet dove ogni piccolo produttore può mettere la sua parte ed assicurare un equilibrio su tutto il mondo, senza più bisogno di petrolio o nucleare, nel giro di un decennio.
Sappiamo quindi che si può fare. L’avevate dimenticato? E’ sfumato dietro le ragioni del potere? La frase è questa: “YES, WE CAN“.
Tutto questo, proprio in ragione del suo potere democratizzante, però fa paura al potere.
Nessuno abbia la leggerezza di pensare che è tutto semplice. Agli inizi del secolo scorso, si era creduto che la tecnologia potesse liberare la gente, emanciparla. Il potere ha reagito dando spazio ai movimenti corporativi repressivi del nazismo e del fascismo e, quando le cose sono diventate difficili, non ha esitato a trasformare i cittadini in sudditi, i sudditi in soldati, i soldati in carne da macello. Anche la Russia, perduta la carica rivoluzionaria originaria, non ha fatto altro che concepire un partito unico in funzione di una dittatura.
Oggi le cose sono differenti? Forse. Non si deve dimenticare però l’assassinio del presidente Kennedy. E, in chiave moderna, contemporanea, occorre comprendere quel che aveva previsto Aldous Huxley in “Brave new world”, e cioé che i sistemi di dittatura del futuro non sarebbero stati legati a un dittatore convenzionale, che fonda il suo potere sull’uso della forza, ma una dittatura soft, basata sul controllo dei mezzi di comunicazione e sulla costruzione artificiale del bisogno. Ora, quando l’economia girava adeguatamente, il bisogno artificiale si fondava sul consumismo; adesso che tutto va a rotoli, si fonda sul precariato. Il precariato è il sistema per non permettere di pensare. Ed è ormai l’unico, dal momento che gli anni di espansione economica hanno permesso alla gente di popolo di crescere culturalmente, di studiare. Infatti, la nuova generazione moderna ha ormai una capacità critica che, se sostenuta da una modesta libertà economica e dalle nuove tecnologie, non può più essere controllata con gli strumenti convenzionali.
I venditori di giornali, gli operatori televisivi cominciano a comprendere che la loro ora è suonata. Per questo motivo cercano di denigrare il nuovo sistema culturale emergente da internet.
Mediante Google noi sappiamo tutto. Wiki ci permette di verificare costantemente il nostro sapere. Facebook ci tiene costantemente in rete, permettendo a chiunque senza costi di avere una personalità internazionale. La Open Golden Dawn spezza definitivamente il monopolio aristocratico/borghese sul significato iniziatico e apre il simbolismo rituale a chiunque sia interessato a comprenderlo. Wikileaks aggredisce ogni forma del segreto. Queste forme dell’ Open Society non sono necessariamente in accordo tra di loro. Piuttosto, procedono parallelamente adempiendo la rivoluzione del nostro tempo.
Anche queste righe hanno un carattere rivoluzionario; ma non nel senso convenzionale di questa parola. Nessuna lotta armata. Non-violenza. Ahimsa. Satyagraha. Usare le parole di Gandhi. Anche rivoluzione è un termine abusato, e va sostituito con EMANCIPAZIONE.
Dobbiamo capire che l’aggressione a internet è un’aggressione alla nostra libertà. Occorre combattere i corporativismi (come il residuato di fascismo che è l’ordine dei giornalisti), aggredire chi vorrebbe mettere la museruola a internet (come quei fanatici che vorrebbero sottoporre la gestione di un blog ad uso e controllo esclusivo di un giornalista iscritto all’ordine), bisogna tenere alta la guardia contro l’oscurantismo, sostenere assolutamente i movimenti che guardano ad una società aperta, democratica, condivisa.
Scrivere, segnalare, condividere sono le modalità attraverso cui dare consistenza a questa nuova onda generazionale che richiede EMANCIPAZIONE.
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